Il chi della storia. Un possibile rilancio della proposta antropologica interdisciplinare di L. M. Rulla in dialogo con la psicologia fenomenologica di G. Arciero
Sono rare le opere sulla psicologia della vocazione di cui si continui ad apprezzare, pur a distanza di tempo, il valore. Perciò ci rallegriamo di poter presentare uno studio, pubblicato nel 2018, che ha come scopo proprio quello di rilanciare una teoria elaborata negli anni ’70, ricentrandola sull’esperienza personale in quanto storica e incarnata. Il suo autore, don Vittorio Conti, professore all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, è insegnante anche all’Università Gregoriana dove ha conseguito il suo dottorato. Non si intende qui riassumere in poche righe uno studio di quasi 800 pagine, che s’ispira fondamentalmente all’analitica esistenziale di Martin Heidegger e alla nozione di identità narrativa di Paul Ricoeur. Dopo aver esposto brevemente la teoria in questione e averne indicati i limiti che l’autore vi riscontra, se ne esporrà a grandi linee la concezione originale, frutto di un fecondo dialogo con la psicologia fenomenologica di Giampiero Arciero.
Luigi Maria Rulla, psichiatra gesuita, è il fondatore dell’Istituto di psicologia di Roma e l’autore di diversi studi psicologici sulla vocazione cristiana, in particolare quella sacerdotale e religiosa. Dal punto di vista psicosociale, quali sono le motivazioni che spingono a scegliere uno stato di vita consacrata? Quali sono le disposizioni che favoriscono la perseveranza in questo stato? Queste erano le domande poste nella sua opera Struttura psicologica e vocazione e in altri contributi che gli hanno valso a suo tempo il premio della Commissione internazionale di Psicologia Religiosa Scientifica. In un’altra opera, di ordine più teologico, sviluppando una visione più integrale della persona umana e del cristiano, egli cercò di mettere in luce i fondamenti antropologici implicati nella vocazione cristiana e i meccanismi intrapsichici che egli aveva in precedenza messi in luce. Appoggiandosi sugli insegnamenti di Lonergan, Rulla vede nell’uomo un essere fondamentalmente aperto a Dio, “autotrascendente” con riferimento al suo fine, che è “teocentrico”. Ora per accedere alla verità del suo essere, egli deve togliere gli ostacoli all’esercizio della sua libertà autentica. Fatto salvo il primato della grazia, più volte affermato, forze psicodinamiche, coscienti o incoscienti, influenzano senza alcun dubbio il processo vocazionale. Il tentativo del padre Rulla è tutto dedicato a favorirne la crescita operando un discernimento di quelle forze.
Nel 1977, Roger Champoux, S.J., aveva offerto ai lettori francofoni uno scorcio del suo complesso sistema, articolato in particolare sul rapporto fra l’io ideale, cosciente, e l’io reale, che può dipendere da bisogni coscienti o subcoscienti. Fra questi bisogni, alcuni possono portare ad atteggiamenti non in concordanza con i valori vocazionali fondamentali: in questo caso si dovrà parlare di una dissonanza. Occorre notare che per Rulla, i valori in questione hanno un carattere propriamente spirituale di causa: innanzitutto vi è il fatto e il primato dell’invito da parte di Dio; questa chiamata di Dio comporta un’esigenza di totalità; la vocazione religiosa comporta per il chiamato anche un nuovo obbligo, oltre l’esigenza a tutti comune di santità. L’impegno religioso, a causa delle sue esigenze personali ed ecclesiali, suppone nondimeno, oltre all’invito divino, la capacità di rispondervi e di crescere all’interno di essa - cioè la pre senza, nell’io reale, di attributi coerenti con l’io ideale. Il processo di maturazione consiste precisamente in una internalizzazione di questi nuovi valori in un quadro motivazionale coerente.
Da parte sua, Conti presenta una dopo l’altra tre vie di accesso all’opera di Rulla: filosofica, teologica e psicologica, mettendo in evidenza gli “esercizi di equilibrismo” ai quali è condotto dalla sua opzione strategica di complementazione, cioè «il tentativo di complementare un’analisi storica che afferisce alle operazioni del soggetto (qui ridotta a semplice appariscenza) […] con un’analisi astorica che, invece, pertiene all’immutabilità di ciò che sarebbe a fondamento della precedente […]». Rileva in un tale tentativo una «contraddizione difficilmente superabile» (p. 133). Sarebbe invece conveniente, egli ritiene, collocare al centro della riflessione la singolarità assoluta dell’esperienza vissuta, cioè comprendere l’uomo a partire dalla sua «incompiutezza evenemenziale» (p. 137). In realtà, nel “come” della sua natura, è in quanto essere storico determinato che l’uomo si rende presente e lo fa attraverso gli eventi che si succedono nel suo cammino. Al movimento di autotrascendenza deve dunque essere correlativo un movimento di appropriazione di sé: questi due movimenti sono costitutivi dell’uomo e se il primo definisce l’orizzonte di una vita buona, non compie la sua promessa se non nella misura in cui c’è un evento suscettibile di essere appropriato.
L’autore ritrova qui una intuizione della filosofia tomistica secondo la quale l’uomo è nel suo essere intimo che è a somiglianza della bontà divina: ipsum esse est similitudo divinae bonitatis. Davanti al Creatore e Signore che a lui si apre, scompare nell’uomo ogni frammentazione riduttiva in essenze finite, e così egli accede alla sua vera libertà; per riprendere le parole dell’autore, l’Esse (l’Assoluto) si rivolge a lui, rivelandosi nella sua verità e assolutezza, custodendo, contestualmente, la sua insuperabile differenza (p. 634). Non si può non auspicare che la pista tracciata da Conti sia percorsa da psicoterapeuti che, come lui, siano preoccupati di mettere in luce non solo ciò che è la natura dell’uomo, ma chi egli sia in quanto persona unica davanti a Dio e davanti agli uomini.
Recensioni