La domanda posta come sottotitolo del saggio di M. Chiodi mette in luce il nodo teorico fondamentale: in un contesto globale e plurale, come far dialogare culture diverse, tutte espressione dell’unica umanità? È a partire da questo punto di domanda che inizia il percorso del libro, orientato a sviscerare i modi in cui è stato inteso il rapporto tra la natura e la cultura e a offrire alcune tesi sintetiche. Per corrispondere a questa attesa il saggio si struttura su due capitoli. Il primo vuole dare conto dei principali passaggi sociologici, antropologico-culturali e filosofici a proposito del tema «cultura». Il secondo analizza il termine nella riflessione antropologico-cristiana, magisteriale e teologicomorale. Le ultime pagine offrono sette tesi dell’autore che sono come un rilancio per continuare la riflessione. Dopo una breve ricognizione dell’idea classica e moderna di cultura tramite lo sviluppo della terminologia (paideia, C/Kultur, Bildung, civilisation), l’attenzione maggiore è dedicata allo sviluppo dell’antropologia culturale a partire dal XIX secolo. Tramite questa disciplina la cultura inizia a essere colta come una «totalità» (p. 45) che imposta un «sistema specifico» (p. 50) di vita in correlazione con la società. Autori come Sahlins e Geertz raffinano questa disciplina superando la fase solamente descrittiva e mettendo a tema il rapporto con la nozione di natura. È in particolare Geertz che, tramite un approccio simbolico, afferma il «carattere interpretativo dell’antropologia culturale» (p. 80). Sul fronte filosofico, la proposta di Paul Ricœur articola il nesso tra molteplicità delle culture e comune umanità in due immagini: la traduzione e il lutto (p. 129). La prima sottolinea un terreno di comprensione tra culture diverse, che accade solo concretamente come per la somiglianza (e la distanza) tra due testi. Compagno di ogni traduzione è il lutto, vale a dire l’accoglienza di una qualche misura di perdita. Frutto della ricognizione del primo capitolo è il riconoscimento che non è possibile cogliere la natura umana comune, non riducibile al biologico, se non in forme di vita culturali concrete. Queste a loro volta non esauriscono l’umano. Il momento dell’interpretazione simbolica (Geertz) e quello fenomenologico-ermeneutico (Ricœur) mettono in gioco la coscienza del singolo come snodo tra cultura e umanità comune. Di Maritain e Guardini, Chiodi mette in luce l’inedito contributo nell’alveo del pensiero cattolico: seppur scontando il prezzo di una visione a volte unidirezionale, per la quale la cultura ha poco riflusso sul cristianesimo (p. 150), si sganciano da un’assolutizzazione di una cultura come via esclusiva di incarnazione del cristianesimo (p. 162). Una simile parabola in ambito teologico-morale è rilevata per Chiavacci e Goffi. Essi, pur sfumando l’idea di una natura umana rigida e sottolineandone la tensione escatologica dinamica, rientrano in un quadro intellettualista, che approccia in modo esteriore lo storico della cultura e l’universale naturale (p. 176). Per quanto riguarda il magistero, Chiodi mette in luce un cammino progressivo lungo il quale emerge la necessità della storia (p. 179), il tratto «linguistico» dell’evangelizzazione (p. 183), la circolarità tra cultura e umano (p. 191), il reciproco arricchimento tra culture e vangelo (p. 206), il legame con l’idea di popolo (p. 212). Resta la criticità di un approccio strumentale tra cultura e vangelo, anche a motivo della mancanza di una teoria simbolica. Le proposte di Angelini e Albarello sono riprese e allargate dalle sette tesi conclusive del saggio. In queste, Chiodi illumina due tentazioni che sintetizzano i nodi emersi nel percorso storico (p. 238): non c’è culturale senza antropologico, pena una visione di cultura astratta e senza soggetto; non si dà conoscenza di ciò che è umano comune se non attraverso le culture, che tuttavia non lo esauriscono. La via simbolica aperta dall’antropologia culturale va integrata con una teoria della libertà (p. 240) e quindi della coscienza del soggetto, che è correlata in modo inscindibile alla cultura. La teoria della coscienza all’altezza della domanda del saggio deve illustrare il ruolo costitutivo della storia, la presenza dell’altro e il tratto religioso-teologico della stessa. Alla coscienza è affidato un «compito» (p. 254): essere il punto di mediazione invalicabile tra il particolare-culturale e l’universale-antropologico, tramite una ripresa critica delle istanze culturali. La sua qualità credente introduce pure un superamento della teoria del duplex ordo, che nei fatti è il nodo teorico fondamentale dell’opposizione tra natura e cultura: tra cristianesimo e culture si dà circolarità asimmetrica, per cui il primo è irriducibile alle seconde, seppure «costitutivamente implicato in esse» (p. 259).
Fonte da: RTE Rivista di Teologia dell'evangelizzazione, anno XXVII n.54 (2023)
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